Quale democrazia se il popolo non governa? 
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Quale democrazia se il popolo non governa? 

Quale democrazia se il popolo non governa? 

Vicenza – È impossibile non ammirare giornalisti come lo statunitense Chris Hedges, che riescono a descrivere la nostra condizione con una tale capacità di sintesi: «Ora viviamo in una nazione dove i medici distruggono la salute, gli avvocati distruggono la giustizia, le università distruggono la conoscenza, la stampa distrugge l’informazione, la religione distrugge la morale e le banche distruggono l’economia». Ecco allora la domanda: noi cittadini siamo in grado di prendere le decisioni migliori, decisioni che devono essere dettate dalla democrazia e non dai voleri degli oligarchi, contro cui nessun governo eletto può resistere? La risposta è sì.

Viviamo in un sistema politico dominato dal potere corporativo della burocrazia e dai mandarini dei partiti politici, in cui noi (popolo sovrano secondo il Comma 2, dell’art. 1 della Costituzione) non contiamo nulla. Che cosa succederebbe se il popolo italiano non accettasse più le ruberie dei partiti e dei politicanti? Le angherie e i disservizi della burocrazia? Per quale ragione non è questo il problema dei nostri giorni, e siamo invece distratti da problemi transgender, da ‘diritti’ ai matrimoni omosessuali e al Gay pride, dalla pratica dell’utero in affitto, dalla ‘libertà’ del sesso femminile, dalla decrescita felice, a un prepotente scadimento dell’autorevolezza in tutte le sue sedi (famiglia, scuola, luoghi di lavoro, istituzioni, etc.) o tutte le altre fake news su cui si concentrano i media mainstream? Non sarà che non sono affatto spontanee ma, al contrario, accuratamente preparate? 

Nel suo primo articolo la Costituzione italiana sancisce solennemente una discontinuità rispetto al passato. Si fonda qui lo Stato costituzionale, cioè quella democrazia nella quale la sovranità del popolo si esprime “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ma quali sarebbero questi “limiti”?

Ebbene è necessario osservare che in tutti i sistemi politici (di ogni luogo e tempo) esiste sempre un organo supremo (impersonato, naturalmente, da uomini) il quale viene riconosciuto come titolare originario della sovranità: cioè del potere di produrre la legge e di legittimare ogni altra autorità. Il ‘sovrano’ per essere tale (vale a dire per costituire la fonte ed il vertice di tutto l’ordinamento che ne dipende ed al quale dà certezza), deve essere originario: ciò significa che nessuno può creare il ‘sovrano’, perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire che chi crea il sovrano è al di sopra di lui, e quindi è il vero sovrano. Il ‘sovrano’ può essere quindi soltanto riconosciuto, da coloro i quali gli si subordinano.

Dal carattere originario della ‘sovranità’ dipende (corollario della massima importanza) che essa non può mai essere alienata; il titolare del potere ‘sovrano’, in altre parole, non ha facoltà di spogliarsi di esso, né di cederlo, né di vincolarlo (tutto o in parte): può soltanto delegarlo, ma in forma limitata quanto al tempo ed all’oggetto, e soprattutto in modo che la delega possa in ogni momento essere agevolmente revocata. Dal fatto che la ‘sovranità’ è la fonte suprema della legge, deriva un altro corollario: il titolare del potere ‘sovrano’ non è vincolato dalla stessa legge vigente (cioè dalle sue precedenti manifestazioni di volontà): ogni sua decisione crea il nuovo diritto, cancellando le ‘legittimità’ preesistenti. Dai due corollari enunciati or ora, discende che il potere ‘sovrano’ ha facoltà di esercitare le sue funzioni secondo regole predeterminate: ma queste regole [= Costituzione o Statuto] – che comprendono anche la procedura per eventualmente delegare l’esercizio della ‘sovranità’ [elezione di ‘rappresentanti’] – le può stabilire e variare soltanto lo stesso potere ‘sovrano’.

Infine: si definisce, per convenzione, ‘legittima’ ogni regola, potestà, funzione o posizione, la cui esistenza possa essere ricondotta ad una manifestazione di volontà del potere ‘sovrano’ [sola fonte di ogni ‘legittimità’] su cui si basa un determinato ordinamento. In quest’ultimo si trovano talvolta norme o istanze che non possono essere ricondotte a quella fonte: in quanto di fatto accettate ed osservate, esse sono ‘legali” ma non legittime, e possono essere in qualunque momento contestate. 

Questi princìpi elementari sono stati acquisiti dalla cultura politica europea fra il quindicesimo e il diciottesimo secolo, e costituiscono tuttora la base su cui poggia ogni sistema costituzionale e statutario d’Occidente, in quanto ordinamento ‘di diritto’. Si può ignorarli o addirittura rifiutarli: ma a patto di avere poi regimi politici non costituzionali e non ‘di diritto’.

Nella storia dello ‘Stato (moderno)’ – cioè del regime politico attualmente vigente in tutti i paesi dotati di un certo grado di civiltà – fino alla fine del Settecento, fonte di ogni ‘legittimità’ fu il ‘diritto divino’ (ereditario) del monarca: poi questo venne sostituito dalla ‘sovranità del popolo’. E il ‘diritto divino’ fu contestato ancor prima da Marsilio da Padova (per questo la chiesa lo perseguitò) nel Defensor Pacis, (“difensore della pace”. La sua opera più conosciuta), scritto nel 1324, dove tratta, fra l’altro, dell’origine della legge. Marsilio sostiene che è la volontà dei cittadini che attribuisce al Governo, Pars Principans, il potere di comandare su tutte le altre parti, potere che sempre, e comunque, è un potere delegato, esercitato in nome della volontà popolare. La conseguenza di questo principio era che l’autorità politica non discendeva da Dio o dal papa, ma dal popolo, inteso come sanior et melior pars. 

Or dunque, anche la Costituzione italiana, all’articolo 1, Comma 2, sancisce che la sovranità appartiene al popolo. Ma ai partiti politici questo non garba. I politicanti periodicamente e sempre più frequentemente chiedono ed emanano leggi restrittive in nome della stabilità di governo e altre fanfaluche simili. Ci sono parlamentari che sproloquiano di ‘sovranità del parlamento’, e Sindaci che fanno la scialba tiritera con la ‘sovranità del Consiglio comunale’. Di contro sempre più cittadini invocano l’esercizio degli strumenti di democrazia diretta, che pur esistenti, proprio in nome di quella ‘stabilità di governo’ su accennata, sono stati edulcorati e resi inefficaci.

Oggi, in Italia, assistiamo ad un atteggiamento politico che, non tenendo per nulla in considerazione le origini dello Stato costituzionale ed il vero significato di sovranità, considera erroneamente la legittimazione popolare avvenuta tramite elezioni uno strumento che esonera la classe politica dal rispetto dei limiti imposti dalla Costituzione. Questa prassi politica ha a che fare direttamente con la democrazia sulla quale si fonda la nostra repubblica.

La democrazia costituzionale non si accontenta infatti di concedere ai cittadini la possibilità di esprimere attraverso il voto i propri rappresentanti. I nostri costituenti hanno garantito l’accesso dei cittadini alla vita politica del paese per mezzo dei partiti, ma anche di strumenti di democrazia diretta quali il referendum, le proposte di legge e le proposte di delibera d’iniziativa popolare, come molto altro ancora.

La democrazia costituzionale, detto più semplicemente, garantisce diversi modi e diverse sedi in cui far sentire e far contare le proprie idee. Anche la presenza di enti locali minori più vicini ai cittadini, è espressione di questa possibilità. In questi anni, una deriva partitocratica e burocratica è stata fatale per l’ordinamento democratico fino a generare le storture che ben conosciamo. 

Non è per caso che John Fitzgerald Kennedy (insieme al fratello Robert  un creatore di ammalianti magie ed incantesimi da veri stregoni della politica), ad un certo punto disse: «Coloro che rendono impossibili le rivoluzioni pacifiche renderanno inevitabili le rivoluzioni violente.» Egli ben conosceva la tradizione della democrazia moderna. Infatti a causa della depressione economia che seguì la Rivoluzione, nell’agosto del 1786, gli agricoltori del Massachusetts si rivoltarono chiedendo una moratoria dei pagamenti, l’abolizione della prigione per debiti, e la possibilità del riscatto delle fattorie nei tribunali civili. La rivolta fu domata, ma il timore causato contribuirà a far scrivere a Thomas Jefferson (che commentava la ribellione di Shays, l’agricoltore che la iniziò), alcune delle affermazioni più radicali della sua intera riflessione dottrinaria.

Ai suoi corrispondenti turbati per la rivolta Jefferson rispondeva esaltando le rivolte popolari in generale e quella del Massachusetts in particolare: «Una piccola insurrezione, di tanto in tanto, è una cosa buona e così necessaria nel mondo politico  come i temporali in quello fisico. Previene la degenerazione del governo e alimenta una generale attenzione per la cosa pubblica.» Non solo i rivoltosi non avevano arrecato danni alla vita e alla proprietà dei loro concittadini, ma la ragione della loro sollevazione era l’eccessiva tassazione che l’assemblea dello Stato aveva imposto per pagare i propri debiti. 

Enzo Trentin

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