Politica e democrazia, quando la disonestà è ovvia
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Il Partenone, simbolo dell'antica Grecia e della democrazia ateniese
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Politica e democrazia, quando la disonestà è ovvia

Vicenza – Per parafrasare Friedrich Nietzsche, in Italia c’è una democrazia che è “contro il proprio tempo” piuttosto che “fuori dal proprio tempo”. Giusto per entrare subito in argomento, parlerò di democrazia diretta, della quale già in passato ho argomentato. Innanzi tutto è indispensabile assumere che gli strumenti di democrazia diretta più importanti sono i referendum, senza il truculento quorum, l’iniziativa popolare di leggi e delibere, il recall o revoca dei “rappresentanti” prima della fine del loro mandato.

Essi sono previsti dalla Carta europea dell’autonomia locale, ma dall’introduzione della legge 142/90, che ha fatto propria la Carta, essi sono stati via via travisati, edulcorati, e depotenziati dalla imperante partitocrazia. Ciò nonostante, in qualche Statuto comunale si sta avviando un processo di corretta messa a fuoco.

Ne segnalo uno come esempio positivo: nel Comune di Vignola (MO) si sono accettabilmente normati alcuni strumenti. Si confronti l’Art. 9 gli istituti di democrazia diretta – 1. Il Comune considera gli istituti di democrazia diretta come fondamentali strumenti di partecipazione popolare all’attività dell’Amministrazione. A tal fine garantisce a tutti i titolari dei diritti di partecipazione di potersi avvalere dei seguenti istituti:

  • istanze e petizioni;
  • la parola al cittadino;
  • la giornata della democrazia;
  • scelta partecipata;
  • consiglio comunale aperto;
  • iniziativa popolare a voto consiliare;
  • referendum e consultazioni popolari.

Al lettore che fosse interessato ad approfondire il dettaglio suggerisco la lettura dell’art. 14 consiglio comunale aperto; dell’Art. 16 referendum e consultazioni popolari; dell’Art. 17 iniziativa popolare a voto popolare; dell’Art. 23 effetti del referendum; dell’Art. 24 diritto di accesso; e quant’altro affine qui.

Come raffronto ecco l’esempio negativo, che peraltro è presente nella maggioranza degli Statuti degli Enti Locali: Comune di Costabissara,  Art. 37 Referendum – 1. Un numero di elettori residenti non inferiore al 25% degli iscritti nelle liste elettorali può chiedere che vengano indetti referendum in tutte le materie di competenza comunale. 2. Non possono essere indetti referendum in materia di tributi locali e di tariffe (segue un lungo elenco. NdR). Sono inoltre escluse dalla potestà referendaria le seguenti materie: a) statuto comunale; b) regolamento del consiglio comunale; (anche qui segue un lungo elenco. NdR). Comma 8. Il mancato recepimento delle indicazioni approvate dai cittadini nella consultazione referendaria deve essere adeguatamente motivato e deliberato dalla maggioranza assoluta dei consiglieri comunali.

Insomma, i cittadini di questo comune “possono chiedere che vengano indetti referendum in tutte le materie di competenza comunale”, ma debbono superare numerosi ostacoli per indire una consultazione popolare al fine di indicare all’amministrazione pubblica cosa vogliono che essa faccia. (=democrazia). Tuttavia, dopo che tali cittadini si sono liberamente espressi, il Consiglio comunale si arroga il diritto di fare quello che vuole. Ovviamente “adeguatamente motivando”.

Sic! Eppoi prendiamo in considerazione la questione fondamentale, ovvero: Quis custodiet ipsos custodes? Che letteralmente significa: «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?». Infatti, i Consiglieri comunali (provinciali, regionali) redigono e deliberano gli Statuti e i Regolamenti conseguenti, ma in spregio all’Art. 1, Comma 2 della Costituzione: «La sovranità appartiene al popolo» si guardano bene dal farseli approvare da quel cittadino-contribuente al quale addossano sempre più oneri.

Da poche settimane c’è un ministro della Democrazia diretta: Riccardo Fraccaro (M5s). Sono speranzoso (ma non fiducioso) e ansioso di conoscere quali provvedimenti emanerà nei confronti di quei Comuni, Province e Regioni – ripeto, sono la maggioranza – che hanno normato i predetti strumenti di democrazia diretta in questo modo. Di più: non è bastato eludere la Carta europea dell’autonomia locale, si ignora anche la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa che su quorum di partecipazione, e soglia delle firme da raccogliere, ha redatto il parere 797/2014. Tale Commissione s’incontra a Venezia (tel. +39 041 3190860), ed è l’organo consultivo del Consiglio d’Europa sulle questioni costituzionali.

Le raccomandazioni di questo organismo ritengono “consigliabile” non prevedere un quorum di affluenza del 50%+1 come previsto dalla normativa vigente, o un quorum per l’approvazione. I quorum di affluenza hanno almeno due effetti indesiderati: primo, le astensioni sono assimilabili ai non-voti, e secondo, i voti espressi per una proposta che alla fine non raggiunge il quorum saranno inutili. Gli avversari saranno tentati di incoraggiare l’astensione, che non è salutare per la democrazia. Chi non ricorda il voto che il 9 giugno del 1991 che determinò il crollo del ciclo di potere craxiano. Risale ad allora il celebre invito di Bettino Craxi, «Andate al mare», rivelatosi di lì a poco il più fragoroso boomerang della storia elettorale italiana. I quorum di approvazione, poi,  rischiano di “coinvolgere una situazione politica difficile, se il progetto è adottato a maggioranza semplice inferiore alla soglia necessaria”.

Per quanto riguarda le firme necessarie per proporre un referendum, il numero di riferimento chiave sembra essere quello relativo alla soglia di 1/50 (= al 2%, e non al 25% su indicato, che in alcuni Statuti è anche superiore) degli elettori. Un elevato numero di firme può indicare un ampio sostegno popolare. Tuttavia, esso non garantisce il supporto, perché le persone possono firmare perché sono convinte che la questione sia controversa e che dovrebbe essere decisa dal popolo (in qualsiasi senso). Parole chiare da parte della Commissione che è un autorevole organismo internazionale di alta competenza. Ma i “rappresentanti” chiamano “la loro” un’ amministrazione democraticamente trasparente.

A questo punto mi piacerebbe concludere con una frase ad effetto tipo: certi politicanti per la loro faccia usano la preparazione H; ma preferisco ricordare a me stesso un brano dell’intervento del senatore Robert Kennedy all’Università di Cape Town, Sud Africa, il 6 giugno 1966, dove tra l’altro affermava: «Ogni volta che un uomo lotta per un ideale o agisce per migliorare il destino degli altri o combatte contro l’ingiustizia, manda avanti una sottile onda di speranza. E queste onde alimentano una corrente che può spazzare via il più solido muro di oppressione e di resistenza».

La democrazia è una forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico. La democrazia non nasce solo come idea astratta dai testi della “Repubblica” (peraltro utopica) di Platone o dai sermoni di Pericle nelle agorà ateniesi della Grecia classica. Nasce soprattutto come evoluzione di un intenso scambio di opinioni tra intellettuali, commercianti, artigiani, cittadini di ogni tipo, in città molto complesse e piene di problemi come lo erano quelle del Peloponneso nel quinto secolo a.C.

I greci avevano già sperimentato vari tipi di tirannie e oligarchie nei secoli precedenti. Questi avevano fallito, ergo occorreva introdurre nuovi sistemi di rappresentanza amministrativa che dessero la possibilità di identificare problemi e trovare soluzioni a parti più estese (e più trasversali) della popolazione. E per questo si capì allora che occorreva, appunto, permettere a più gente (non solo ai partiti) di parlarne. Niente di magico. Niente di fantastico. La democrazia è una non-ideologia proprio per questo, per natura e per metodo. È la semplice rassegnazione ad ascoltare la voce di più persone per risolvere problemi grossi su cui molti, troppi, despoti e intelligentoni, si sono arenati in modo più o meno violento. È una forma di amministrazione basata, in sostanza, sul pragmatismo. Non è certamente la migliore, ma funziona meglio di altre perché è più realistica.

Luciano Spiazzi

Un commento

  1. Giannantonio Zanolli

    Riguardo a quanto previsto nello Statuto di Vignola sulla possibilità di partecipazione dei cittadini alla vita democratica, mi spiace far presente che a mio parere il molto fumo nasconde un ben misero arrosto.
    Volendo possiamo andare ad analizzare ogni singolo articolo, ma in questo contesto forse è preferibile una sintesi di massima : gli articoli 11,12,13,14,15, portano tutti alla riconferma che il diritto decisionale rimane in toto al Consiglio Comunale e quindi non vedo grandi novità per il diritto alla decisione politica diretta per i cittadini.

    La novità sembra essere quanto previsto nell’articolo 17 ( Iniziativa popolare a voto popolare ) che però poi in caso di disaccordo finisce ( comma 5) per essere soggetta alla decisione dirimente del Difensore Civico o di un Comitato dei Garanti che guarda caso ( art. 22 ) sono sempre nominati dal Consiglio Comunale o dalla Giunta ( non dai Cittadini !).
    E ci sono fondati motivi per pensare che il Difensore Civico o i Garanti scelti dal ” Comune ” non possano che essere ben allineati alla volontà dello stesso, piuttosto che a quella dei cittadini.

    Per quel che riguarda i referendum ( art. 16 , 18, 19, 21 ) :
    a) constatiamo che purtroppo manca quello sulla possibilità di revoca degli eletti ,
    b) le firme necessarie sono in numero di 1.000 che sono moltissime ( troppe per il cittadino specialmente se non sostenuto da organizzazione di partito ) rispetto un Comune dove i votanti sono circa 17 – 18.000 ( circa il 9% ),
    c) considerate le ” eccezioni ” escluse dalla possibilità di referendum ( art. 21 ) che rimangono competenza del Consiglio Comunale, viene da chiedersi che cosa possa essere risultare oggetto di referendum visto che viene esclusa perfino la possibilità di modificare lo Statuto !?

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