Vicenza è dei suoi abitanti, non dei partiti
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Vicenza è dei suoi abitanti, non dei partiti

Vicenza – Nella campagna elettorale per l’elezione del sindaco a Vicenza, praticamente tutti i partiti si sono mimetizzati dietro un florilegio di liste civiche da essi stessi generata. Segno che i politicanti percepiscono che la loro appartenenza al partito non li favorisce. Di più: quasi tutti i candidati consiglieri comunali si sono dati alla “creatività”. Ad esempio c’è chi vuole Corso San Felice diversamente utilizzato, chi s’accorge che Bertesina con la sua villa palladiana è trascurata (usiamo un eufemismo), e chi addirittura ha elencato una serie di questioni insolute da decenni, e ha promesso che una volta eletto si incatenerà davanti ad ogni cantiere infinito se non ne sarà data tempestiva soluzione.

Nessuno si rende conto di appartenere o di aver accettato supinamente lo stesso establishment che ha creato l’invivibilità che vorrebbero eliminare. E qui corre l’obbligo di citare Albert Einstein (uno degli autori più citati al mondo): “Non possiamo risolvere i problemi con lo stesso tipo di pensiero che abbiamo usato quando li abbiamo creati”.

John Stuart Mill, uno dei massimi esponenti del liberalismo e dell’utilitarismo, avvertiva: “L’unica libertà che merita questo nome è quella di perseguire a modo nostro il nostro bene, sempre che non cerchiamo di privare gli altri del loro, o di intralciare i loro sforzi per raggiungerlo. Se gli uomini lasciano che ognuno viva come a lui sembra meglio, hanno da guadagnare molto di più che se costringono ogni individuo a vivere come sembra meglio agli altri”.

E allora bisogna prendere atto che la città è dei suoi abitanti, non dei partiti che hanno vinto le elezioni, e coloro che in questo momento sono arrabbiati con le istituzioni, ricordano ai partiti che nella nostra Carta il termine “partiti” è citato in positivo una sola volta in un brevissimo, icastico e eloquente art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

I cittadini quindi possono (se vogliono, ma non è obbligatorio e forse neanche consigliabile), organizzarsi in partiti, per concorrere (i cittadini, non i partiti) con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Insomma la Costituzione dedica ai partiti:

  • un solo minuscolo articolo su 157;
  • due sole righe su 1185;
  • 20 sole parole su 10.548;
  • 143 soli caratteri su 70.678.

E ciò solo per confermare che non i partiti ma i cittadini possono concorrere a determinare la politica nazionale. Quanto a “partiti espressamente citati nella Costituzione” non c’è davvero male. L’altra sola citazione del termine “partiti” nella Costituzione è in negativo: divieto d’iscrizione ai partiti per militari, giudici, poliziotti ecc. (art.98), mentre il termine “partito” invece è citato una sola volta, e ancora una volta in negativo: divieto di ricostituzione del partito fascista (disposizioni transitorie e finali XII).

Dei partiti, della loro funzione, ruolo, utilità, necessità e, meno che mai, indispensabilità, non c’è traccia alcuna in tutto il restante testo della Carta. Né, ovviamente, c’è alcuna traccia dei loro leader, neanche per la formazione del governo. Allora sapevano che leader è la traduzione letterale di führer e duce, noi non più.

La Costituzione è un documento politico al 100%, ma dedica solo lo 0,2% ai partiti, i quali però hanno occupato anche tutti gli altri 156 articoli, ossia il 100% della politica nazionale, sottraendola al popolo che invece avrebbe dovuto essere sovrano, ossia non solo sopra i partiti ma anche sopra la Costituzione. L’attuale presenza alluvionale dei partiti e quindi di coloro che ne hanno assunto il controllo (i leader,) non è prevista né consentita dalla nostra Costituzione.

Dunque quei partiti onnivori (e i loro leader) sono fuori dalla Costituzione: sono incostituzionali. Almeno fino a quando essi non riusciranno ad emendare appositamente la Costituzione, che non è solo una mera, minacciosa ipotesi. Da rilevare: i Padri costituenti, di fronte ai quali gli attuali politicanti sono solo delle tragiche marionette, erano tutti visceralmente e sentimentalmente legati ai propri partiti, ma per il bene della nazione li tagliarono tutti fuori dalla Carta.

Per concludere: sono loro, i partiti, l’antipolitica, mentre la vera politica è quella che vuole da una parte la loro eliminazione come sistema, ossia la loro riduzione a semplici e liberi movimenti di opinione autofinanziati dagli aderenti, e dall’altra la restituzione della sovranità al popolo. È dunque necessario sottolineare che i candidati da votare per il Consiglio comunale (ammesso che ce ne siano) devono essere coloro che hanno per impegno prioritario non tanto e non solo una città più vivibile, ma attraverso l’effettivo esercizio della sovranità popolare come il D.Lgs. 18-8-2000 n. 267. Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, consentano ai cittadini d’intervenire nel processo deliberativo, non solo in quello della “partecipazione” alle chiacchiere.

Luciano Spiazzi

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